IL MALESSERE DEI BOND FERMERÀ LE BORSE?

Nel Settecento tra i mercanti londinesi circolava un vecchio detto: Sell in May and go away, come back on St Leger’s Day. Vendere a maggio, allontanarsi dai mercati durante l’estate e tornare tra settembre e ottobre, nel giorno dedicato a San Leodegario.

Dietro quella che oggi può sembrare soltanto una curiosità storica c’è un fenomeno che, in forme diverse, continua a ripetersi: i mercati hanno una loro stagionalità. Dopo una prima parte dell’anno generalmente più vivace, l’estate tende a essere caratterizzata da minore liquidità e da investitori già molto esposti. Basta quindi qualche cattiva notizia per produrre correzioni più rapide del normale.

Quest’anno il copione appare abbastanza familiare. Le Borse arrivano da mesi di rialzi e il posizionamento degli investitori resta decisamente ottimista. Non significa necessariamente che debba arrivare una correzione importante, ma certamente rende il mercato più sensibile alle cattive notizie.

E di motivi per discutere non ne mancano.

Le tensioni geopolitiche continuano a influenzare petrolio, prodotti raffinati e alcune materie prime agricole. Ma il tema che nelle ultime settimane ha attirato maggiormente l’attenzione dei mercati è un altro: il rialzo dei rendimenti obbligazionari.

Quando salgono i tassi sui titoli di Stato, infatti, le azioni devono confrontarsi con un concorrente più interessante. Se un’obbligazione offre rendimenti elevati, l’investitore sarà naturalmente meno disposto a pagare qualsiasi prezzo per acquistare azioni. È uno dei motivi per cui il movimento recente dei bond viene osservato con particolare attenzione.

Le cause indicate sono numerose: inflazione, debito pubblico, deficit americani, politiche fiscali aggressive e perfino il gigantesco fabbisogno finanziario necessario per costruire data center e infrastrutture legate all’intelligenza artificiale.

Ma non tutti questi timori hanno lo stesso peso.

L’inflazione resta un tema da monitorare, soprattutto per effetto delle materie prime, ma il costo del lavoro negli Stati Uniti non sta mostrando accelerazioni particolarmente preoccupanti. Anche il deficit pubblico americano rimane molto elevato, ma non sta esplodendo rispetto alle dimensioni dell’economia.

Più interessante è invece il fenomeno del cosiddetto crowding out: Stati e imprese devono raccogliere quantità crescenti di capitale e questo aumenta la competizione per il risparmio disponibile. Solo per finanziare gli investimenti legati all’intelligenza artificiale, le emissioni societarie stanno raggiungendo centinaia di miliardi di dollari all’anno.

In altre parole, una parte della pressione sui tassi non nasce necessariamente da un’economia in difficoltà, ma dal contrario: un mondo che continua a investire molto e che quindi richiede molto capitale.

È una distinzione importante.

Tassi più alti possono certamente limitare le valutazioni azionarie e rendere meno probabili rialzi spettacolari come quelli osservati negli ultimi anni. Ma non sono necessariamente il preludio di una crisi.

Potremmo quindi entrare nell’ultima parte dell’anno con mercati più selettivi, rendimenti obbligazionari ancora elevati e qualche fase di volatilità. Un contesto forse meno semplice, ma non necessariamente negativo.

 

E proprio nei momenti in cui il mercato smette di salire tutto insieme cominciano spesso a emergere le opportunità più interessanti.

 

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