Azioni e obbligazioni: nessun motivo per fuggire
Per anni una parte degli investitori ha atteso una recessione che non è mai arrivata davvero. Dal 2021 in poi, la previsione sembrava logica: inflazione elevata, rialzo dei tassi, perdita di potere d’acquisto e rallentamento economico avrebbero dovuto spingere famiglie e imprese a ridurre la spesa. In questo scenario, le obbligazioni a lunga scadenza sarebbero salite di prezzo, mentre le azioni avrebbero sofferto.
È successo quasi il contrario. La crescita ha resistito, l’occupazione è rimasta solida e gli investimenti hanno continuato ad aumentare. Chi aveva puntato con decisione sui titoli di Stato a lunga durata ha dovuto sopportare perdite importanti, perché l’inflazione si è dimostrata molto più persistente del previsto. Persino alcuni dei più convinti sostenitori del ritorno a una bassa inflazione hanno iniziato a riconoscere che il mondo potrebbe essere entrato in una fase diversa, caratterizzata da prezzi più instabili e tassi mediamente più elevati.
Il quadro, tuttavia, non è a senso unico.
Da una parte esistono pressioni inflazionistiche evidenti. Le tensioni in Medio Oriente e lungo le principali rotte marittime possono rendere più costoso il trasporto del petrolio e delle merci. Il rischio non riguarda soltanto il prezzo dell’energia, ma l’intera catena produttiva: più chilometri, più trasbordi e tempi di consegna più lunghi significano maggiori costi per le imprese.
Dall’altra parte, manca per ora l’ingrediente più pericoloso: la spirale tra salari e prezzi. Le retribuzioni non stanno accelerando in modo incontrollato, nonostante la buona tenuta dell’occupazione. Questa relativa calma salariale riduce la probabilità che le banche centrali siano costrette a reagire con nuovi e aggressivi aumenti dei tassi.
Per l’investitore obbligazionario ciò significa che le scadenze lunghe rimangono delicate, ma iniziano a offrire rendimenti più interessanti. In particolare, i titoli governativi americani indicizzati all’inflazione incorporano rendimenti reali elevati: un’opportunità che pochi anni fa semplicemente non esisteva. Naturalmente, acquistare un’obbligazione lunga non significa eliminare il rischio. Se i tassi salissero ancora, il prezzo potrebbe scendere. Ma rispetto all’epoca dei rendimenti vicini allo zero, oggi l’investitore viene almeno remunerato per assumersi quel rischio.
L’azionario, invece, continua a trovare sostegno nella crescita economica e negli investimenti. Negli Stati Uniti la spinta principale arriva dall’intelligenza artificiale; in Europa e in Giappone pesano anche infrastrutture, energia e difesa. A finanziare questi progetti sono soprattutto grandi aziende e Stati, soggetti dotati di risorse finanziarie rilevanti.
Il dubbio non riguarda quindi la quantità degli investimenti, ma la loro redditività. Nell’intelligenza artificiale, per esempio, i ricavi stanno crescendo, ma spesso arrivano dopo le spese. Il mercato deve quindi capire quanto tempo servirà perché gli enormi capitali investiti producano profitti adeguati.
Nei prossimi mesi potremmo assistere a mercati laterali o a qualche correzione, soprattutto dopo i forti rialzi accumulati. Sarebbe però un errore confondere una fase di assestamento con l’inizio inevitabile di una crisi.
La conclusione non è scegliere tra azioni oppure obbligazioni. È costruire un portafoglio capace di utilizzare entrambe: obbligazioni con rendimenti nuovamente dignitosi e azioni sostenute dalla crescita degli utili, evitando però concentrazioni eccessive. E proprio quando le certezze diminuiscono, la diversificazione torna a svolgere il lavoro per cui è stata inventata.