Il contesto attuale e il market timing: l’illusione di uscire/entrare al momento giusto
Negli ultimi giorni i mercati hanno ricominciato a fare quello che sanno fare molto bene quando la geopolitica si complica: diventare nervosi.
Il conflitto tra Iran e Israele è entrato ormai nel nono giorno e gli sviluppi continuano ad arrivare uno dopo l’altro. L’Iran ha indicato Mojtaba Khamenei, figlio dell’attuale ayatollah, come nuovo possibile leader supremo. Israele ha colpito il comando aerospaziale dei Pasdaran e infrastrutture petrolifere vicino a Teheran, mentre missili e droni iraniani hanno colpito o sfiorato diversi paesi della regione, dagli Emirati all’Arabia Saudita. Nel frattempo il bilancio umano cresce: oltre mille morti in Iran, centinaia in Libano, vittime anche in Israele e tra i militari statunitensi.
Il conflitto, insomma, sta assumendo sempre più una dimensione regionale.
E i mercati, ovviamente, reagiscono.
Il petrolio Brent è salito di circa il 27% in una settimana, il rialzo più forte dai tempi della pandemia. Quando succede qualcosa del genere, è inevitabile che la volatilità aumenti anche sulle borse: più petrolio significa più inflazione potenziale, più tensioni geopolitiche e più incertezza economica.
Ed è proprio in questi momenti che torna di moda una parola che suona sempre molto intelligente: market timing.
Tradotto: uscire dai mercati prima che scendano e rientrare prima che risalgano.
Sulla carta è una strategia perfetta.
Nella pratica, quasi sempre si rivela una trappola.
Il problema è che il mercato non reagisce semplicemente agli eventi. Li anticipa, li sconta e spesso li amplifica. Quando una notizia arriva sui giornali, molto spesso è già stata incorporata nei prezzi. E quando la situazione sembra più spaventosa, spesso il mercato ha già iniziato a muoversi nella direzione opposta.
Per questo il vero problema del market timing non è tanto uscire.
Uscire è relativamente facile. Basta avere paura.
La parte difficile è rientrare.
Perché dopo aver venduto succede quasi sempre qualcosa di molto umano: si aspetta ancora un po’. Magari il mercato scende ancora e ci si convince di aver fatto la scelta giusta. Poi però arriva un rimbalzo improvviso, magari forte, magari inaspettato. E a quel punto diventa psicologicamente difficile rientrare: si aspetta un nuovo calo che spesso non arriva.
Nel frattempo si resta fuori.
Ed è un problema più grande di quanto sembri. Perché una parte enorme dei rendimenti di lungo periodo si concentra in pochissime giornate molto positive. Perderne anche solo alcune può cambiare drasticamente il risultato finale di un investimento.
Il punto è che ogni ciclo ha il suo momento di tensione.
Nel 2020 era la pandemia.
Nel 2022 l’inflazione.
Nel 2023 i tassi.
Oggi è il Medio Oriente e il petrolio.
Ogni volta sembra che la situazione sia diversa, più pericolosa, più definitiva. Ma la storia dei mercati mostra una cosa piuttosto chiara: gli shock geopolitici raramente hanno effetti permanenti sui mercati finanziari. Nel tempo l’economia si adatta, le aziende si riorganizzano e i mercati trovano un nuovo equilibrio.
Questo non significa che la volatilità non ci sarà. Anzi, probabilmente continuerà.
Significa però che cercare di indovinare il momento perfetto per uscire e rientrare è molto più difficile di quanto sembri.
Per questo, nei momenti in cui i mercati diventano più rumorosi e i titoli dei giornali più drammatici, vale la pena ricordarsi una cosa molto semplice: nel lungo periodo, per gli investitori, conta molto meno indovinare il momento giusto e molto di più restare investiti abbastanza a lungo.